PETER HAMMIL (Leader dei Van Der Graff Generator): Evento musica progressiva il 12 Maggio 2011

PETER HAMMIL (Leader dei Van Der Graff Generator)

Evento musica progressiva

RECENSIONE DI BEPPE MONTRESOR DEL CONCERTO TENUTO AL GIARDINO IL 10.12.2009

Non è tanto l’estensione vocale o la particolarità della free form strutturale di molte delle sue canzoni, ad impressionarci di Peter Hammill, protagonista solista di un concerto al Giardino che resterà nella memoria del club di Lugagnano, stipato da un pubblico adulto di affezionati fans venuti anche da lontano. La grandezza di Hammill, corpo sottile e volto scavato che ci ricordava quello di Samuel Beckett, è quella degli artisti in possesso di una visione del mondo tutta loro, inconfondibile, e che trasmettono chiaramente la necessità, l’insopprimibile urgenza di comunicarla, anche con sofferenza emotiva, a chi è disposto ad ascoltare.
Un’ora e mezza di canzoni senza interruzioni, voce e alternanza tra pianoforte e chitarra acustica, soltanto qualche parola per annunciare i titoli dei brani, e qualche gentile cenno di grazie, in umiltà, a qualcuno, tra la platea, che gli lancia grida di approvazione.
Ma il drammatico flusso di coscienza che sembra costituire l’essenza del recital di Hammill mano a mano ipnotizza il pubblico in una profonda attenzione silenziosa, suscita riflessioni, simpatia, persino affetto. E’ un mondo non piacevole o consolatorio quello che vede e canta questo signore inglese sulla sessantina, e si capisce che la sua visionarietà plumbea - tipicamente nordica e senza luce come certi pomeriggi piovosi della vecchia Inghilterra – non è artefatta. Piuttosto ossessioni che continuano a riaffiorare: il tempo che consuma e cancella promesse, sentimenti, bellezza, una malattia per cui non esistono cure o dottori, infelicità e spaesamento esistenziale senza via d’uscita (la struggente “A Way Out”, quasi un biglietto d’addio, una lucida e spietata autoanalisi di un’”estraneità” alla vita che lascia spazio solo al rimpianto di non aver saputo nemmeno dire “Ti amo”). Il canto (che a tratti ricorda quello di due David del rock, Bowie e Byrne) e i suoni vigorosi, spezzati, a volte delicati ma più spesso rabbiosi, di pianoforte e chitarra, sono funzionali a questa urgenza poetica, e quindi riluttanti alla carezza e alla consolazione. Anche i pezzi dall’ultimo disco, “Thin Air” (molto belli “The Mercy” e “Stumbled”=, confermano un autore/interprete che non ha perso una briciola della sua forza espressiva. Grande personalità, al di là di ogni eventuale categoria stilistica.

Beppe Montresor (recensione giornale L'Arena)


Chiude il 2009 alla grande il Giardino di Lugagnano, portando nel piccolo, ma appassionato locale, un grande artista, erroneamente e limitatamente rinchiuso nell’accezione della musica progressiva, o prog, come ormai la definiscono confidenzialmente gli appassionati.
Peter Hammill è troppo personale ed originale per poter pensare di relegarlo in un genere musicale: è solo l’anagrafe storica del rock che, avendolo visto alla guida dei Van Der Graaf Generator, nati alla fine degli anni Sessanta con il sorgere di quel movimento musicale, l’ha inserito colà.
Sarebbe come riservare il medesimo trattamento a Peter Gabriel ed a Steve Winwood (i primi che vengono alla mente), che sono – come Hammill – geni musicali, solo perché trovatisi a capitanare bands nate in quei giorni e versate ad un certo genere musicale, per vero ben distante dal classico prog che aveva in Yes ed Emerson Lake & Palmer, soprattutto, i più emblematici rappresentanti.
Dovuta questa premessa, si deve ora celebrare l’abbondante ora e mezza che Peter Hammill ha riservato all’attento ed esperto pubblico veronese, ampiamente integrato da forze provenienti persino dall’estero, a riprova della figura di culto che riveste l’artista.
Poche, ma attente parole per introdurre alcuni brani, hanno intervallato le canzoni estratte dalla sua ampia produzione, eseguite alternandosi fra il pianoforte (prevalentemente) e la chitarra.
Comune denominatore la sua voce, sofferente, a tratti straziata, drammatica, talvolta recitativa in toni, mai, peraltro, forzati, eccessivi o sopra le righe.
Sullo sfondo delle sue composizioni c’è un quadro della vita a tinte autunnali (still life, per parafrasare un titolo del suo gruppo), grigie e cupe, segnato di solitudine ed incomunicabilità, un senso dell’esistenza che non pare possa mai raggiungere un raggio di sole o di speranza.
La voce e le note del pianoforte sottolineano questo stato di sentimenti, sinceri e profondi, che escono dal cuore e dalla penna, prolifica, ma mai ripetitiva, di Peter Hammill, nella sequenza iniziale (“Easy To Slip Away”, e poi “Curtains”, “Other Old Cliches”, “Tenderness” e “Mercy”).
La sua musica viene ulteriormente scarnificata e ridotta alla pura essenza di grido al mondo di una sensibilità superiore, ma dilaniata dalla sofferenza interiore.
Non c’è ritmo, non c’è ritornello, non c’è armonia e non c’è melodia nella musica di Peter Hammill, quanto meno non ve n’è traccia in quella che per noi è il concetto tradizionale di quelle parole.
Anche quando imbraccia la chitarra (e “Comfortable” ne è ampia prova) Peter Hammill non si discosta dall’inquietudine e dalla tensione che percorre le sue note.
Anzi, è proprio con l’acustica che la voce intona i canti più disperati e più sofferenti, quasi lasciando alla tastiera il compito di ricamare i sentimenti del dolore più lacerante, ma più interiorizzato, ed alla sei corde quello di appoggiare l’urlo al mondo.
Così dopo i primi brani alla tastiera seguono quelli alla chitarra (“Comfortable”, “I Will Find You”, “Our Eyes Give It Shape”, “Stumbled”, “Ophelia” e “Patient”), anch’essi, come i precedenti, pescati nella sua ampia produzione, ma con predilezione per le opere meno recenti, risalenti nel tempo anche agli anni Ottanta, ed all’inizio degli anni Novanta.
La voce, in alcuni momenti (“Patient”) è arrabbiata, quasi cattiva, come può essere il grido di chi vede il mondo in bianco e nero, con le tinte fosche della desolazione ed i suoni cupi del dubbio e dell’incertezza, ma sempre potente, duttile, conservata meravigliosamente nel trascorrere degli anni.
Si ritorna, quindi, al piano, per le note inquietanti di “Four Pails”, minimalismo musicale, a tratti quasi cacofonico, giocato sugli accordi bassi, per poi aprirsi a quelli più alti di “Friday Afternoon”, forse uno dei brani meno difficili e più orecchiabili, sempre ammesso che alla musica di Peter Hammill possa associarsi questo aggettivo.
“Undone” è una composizione nuovissima, che ancora una volta ha nella voce il punto di riferimento essenziale, a riprova di come in essa riposi gran parte della meritata fama di Peter Hammill esecutore.
Si va verso la fine del concerto, e “Better Time” - certamente uno dei momenti più toccanti dell’intero show - è un canto recitato di irraggiungibile dolore nel crescendo delle note di un pianoforte che improvvisamente rallenta, quasi si ferma, per ridare spazio alla voce, che diviene poi la protagonista di quel capolavoro dell’incomunicabile che è “A Way Out”.
E’ l’inno della totale incapacità di potersi riferire / rapportare / inserire nella realtà e nella vita di tutti i giorni e di tutti gli altri, out, come un addio al mondo.
Richiamato a gran voce, Hammill imbraccia nuovamente la chitarra, e chiudendo il cerchio aperto con l’iniziale “Easy To Slip Away”, pubblicata nel 1973, intona “Modern”, pubblicata l’anno successivo, a riprova del suo desiderio di non voler comunque abbandonare neppure una delle sue opere, del passato lontano o di quello più recente.
Nessuna concessione, al contrario, alla produzione Van Der Graaf Generator, e nessuno fra il pubblico che ha chiesto “Killer” o “Theme One”, a riprova di un seguìto che oltre che apprezzare e stimare, conosce anche bene l’artista.
Concerto di alta qualità, difficile ed impegnativo come può essere assistere all’esecuzione dell’opera di un artista che non ha mai chiesto, né cercato, il facile consenso del grande pubblico e delle masse, né tanto meno, ha mai rinunciato al proprio modo di estrinsecare l’arte, ed alla sua personalissima forma di rappresentarla

Mauro Regis (recensione pubblicata sulla rivista Buscadero)