TERRY LEE HALE + RUSTIES: Evento Rock il 29 Aprile 2014

TERRY LEE HALE + RUSTIES

Evento Rock

Uno dei tanti casi di espatriati alla rovescia, folksinger americani che hanno trovato terreno fertile e un pubblico affezionato nella Vecchia Europa, Terry Lee Hale manda cartoline scure e scrive short stories di rara intensità dalla Francia, dove ha messo radici da qualche anno. Come il ben noto caso di Elliott Murphy, ma con una verve molto più cupa e una musa decisamente più ispirata, il songwriter di origini texane e di lunga adozione in quel di Seattle, ritrova la strada della Glitterhouse, etichetta tedesca che fin dalla metà degli anni 90 ha dedicato alle ballate arse e dylaniane di Hale uno spazio tutto speciale (una esaustiva antologia, Tender Loving hell, ne riassumeva le tappe più significative). The Long Draw, registrato con parsimonia e approccio live al fianco di due musicisti baschi (Nicolas Chelly al basso e Frantxoa Errecarret alle percussioni) in un piccolo studio della Bretagna, è uno dei lavori più "spietati" e asciutti della sua carriera trentennale, iniziata nel frastuono della rivoluzione alternative rock (fu uno dei rarissimi casi di songwriter ospitati in casa Sub Pop, in piena epoca grunge) e finita oggi ai tavolini di un caffè francese.

Prodoto da Bob Coke con una essenzialità al limite del minimalismo, acustico e dagli orizzonti crepuscolari, The Long Draw intona note drammatiche nella title track e ruzzola sul talkin' di What She Wrote, densamente "dylaniana" e marchiata dalla pedal steel di Jon Hyde (collaboratore di Laura Veirs). Il suono più volte inciampa in quel mood un po' nero e riverberato che fu di album quali Oh Mercy e Time Out of Mind, anche se Terry Lee Hale non ha alle spalle un Daniel Lanois e neppure uno stuolo di musicisti di richiamo. Tuttavia le comparse di Jack Endino (al basso in Three Days), nome storico della scena rock di Seattle, o le tastiere di Glenn Slater (Walkabouts) sono sufficienti a offrire piccole nuance, sottofondi e ricami a questi racconti in musica. Hale è quasi spietato nella sua voce, tra la densità del folk più nero e la nostalgia dei grandi spazi americani: brani che si prendono il loro tempo, distese infinite e lunghe cavalcate come nei casi di Black Forest Phone Call o della sinistra chiusura di Gold Mine, quest'ultima capolavoro di sottrazione in chiave blues minore.

Non è per niente facile e accondiscendente un disco come The Long Draw, esige silenzio e un animo disposto a scoprirsi atratto da storie quotidiane e ricordi, che spesso tornano a chiedere il conto: un'armonica isolata sorregge la scheletrica The Sad Ballad of Muley Graves, L.A. 9th & Grand infila un'organetto dagli inconfondibili profumi sixties, mentre The Central si apre ad una timida solarità folk rock, celebrando una stagione lontana dello stesso Hale, giovane musicista a Seattle. Nel libretto, pregevole e con tutti i testi, la curiosa inclusione delle accordature (spesso "aperte", secondo la scuola del folk blues) utilizzate da Hale in ogni singolo brano.