JUDITH OWEN AND HIS FANTASTIC BAND.: Evento canzone d'autore il 22 Ottobre 2016

JUDITH OWEN AND HIS FANTASTIC BAND.

Evento canzone d'autore

Finalmente confermata la data al Giardino di questa splendida band.
Judith Owen sarà in tour in quintetto.
Judith Owen - piano e voce. Considerata la nuova Joni Mitchell.
Leland “Lee” Sklar - basso. Nella sua biografia non si riescono a contare le sue collaborazioni (Jackson Browne, Ray Charles, Billy Cobham, Leonard Cohen in "The Future" etc.etc.
Russel Kunkel - batteria. Bob Dylan, Neil Young, Carole King, Jackson Browne, etc...
Pedro Segundo - percussioni
Gabriella Swallow – violoncello

Biografia e descrizione del concerto tratta da un intervista fattale a Londra il 1 giugno.

1 giugno, Londra. Camerini della Royal Albert Hall, pomeriggio. Judith Owen ci accoglie con grande familiarità. Alle 19.30 dovrà salire sul palcoscenico: è l’opening act del tour di Bryan Ferry. Per molti, lei è la versione contemporanea delle grandi cantautrici alla Joni Mitchell o Carole King. Altri la paragonano a Tori Amos. A marzo è uscito Ebb & Flow, il decimo disco della sua carriera. É in attesa di poter fare il suo sound check. “Appena finiscono le prove di Bryan devo precipitarmi. Il problema è che non c’è un tempo stabilito: finché non lasciano il palco libero, non possiamo fare niente. A volte abbiamo pochi minuti a disposizione”. La cosa non sembra preoccuparla. Nemmeno la sacralità del luogo sembra turbarla. Si siede ed è pronta a qualsiasi domanda. Si diverte a sentir parlare italiano (“Lo capisco ma lo parlo malissimo: ho vissuto qualche mese nel vostro Paese”), scherza sulla logorrea dei romani e sulla loro abitudine di toccare l’interlocutore. E poi iniziamo la nostra chiacchierata.judith4

2 ore dopo, sala catering della Royal Albert Hall. Musicisti e crew sono in relax, mangiano cibi dal gusto orientale e parlano tra loro. Si può ordinare alla carta o pescare dal buffet. Sono le 18.30, tra un’ora dovrebbe partire lo show. Si avvicina un tecnico del suono, un ragazzo italiano che si è trasferito a Londra e, almeno finora, ha trovato fortuna. “Il concerto è annullato, Bryan ha mal di gola”. Gelo. E ora? Risaliamo fino al bar principale della Hall. Judith è lì, delusa soprattutto per i tanti amici che erano venuti ad ascoltarla. Colpo di scena: “Suoniamo lo stesso. Venite a casa mia”. Così ci scortano fino a una piazzetta nel cuore di Holland Park, un posto suggestivo e silenzioso, e poi dentro una casa a tre piani dove, nel salotto del piantarreno, campeggia un pianoforte a coda. Musicisti in unplugged e Judith piano e voce: concerto privato per una ventina di amici (più noi). Esperienza inedita ed elettrizzante.
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A casa di Judith Owen

Judith Owen è così. Diretta, generosa con la sua musica. Di origine gallese, è cresciuta a Londra. Ora vive a Los Angeles con il marito Harry Shearer, ideatore e protagonista del leggendario film This is Spinal Tap (era Derek Smalls) e per 26 anni parte del cast delle voci dei Simpson (ha dato voce a personaggi come Charles Montgomery, Burns, Ned Flanders e altri ancora). “Sono partita per amore, ho conosciuto mio marito a Londra mentre stava girando uno speciale con gli Spinal Tap. Ho deciso di seguirlo negli Usa, ho sentito forte il richiamo della musica con cui sono cresciuta, quella del Laurel Canyon (quartiere nella zona delle Hollywood Hills nella città Los Angeles, ndr)”.judith3

La Owen vive il cantautorato californiano di fine 60 – inizio 70 come una stella polare. James Taylor, Joni Mitchell, Jackson Browne sono per lei artisti di riferimento, per sonorità e tematiche: “Parlano di temi personali e a volte difficili come la perdita, la colpa, l’accettazione. Sono gli argomenti che sento più vicini. Sono una cantante confessionale, canto di me, di quello che penso, delle esperienze mie e della gente che vedo intorno. Questa è l’arte di un songwriter: mettere dei testi su delle storie vere. Io credo nella musica, nella melodia, nel potere delle canzoni, e non ho scelta: è quello che devo fare. Mio padre (cantante d’opera a Covent Garden, ndr) mi ha insegnato ad amare l’arte che regala grandi emozioni, anche quella malinconica, come quella della tradizione gallese. Ho amato e amo la grande scuola dei songwriter americani, tipo Cole Porter. Non voglio paragonarmi a loro, ma amo quel modo di concepire la musica. Non sono una persona alla moda, non mi interessa esserlo, o fare cose commerciali. Io amo l’arte”. Un percorso difficile, in questa fase storica. “É duro essere cosciente di questo. So che la mia strada è più lunga, più lenta, ma la tutta la grande musica mi fa sentire bene. Questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere canzoni. Avrei voluto vivere nei Settanta, certo, ma penso che quello che voglio fare non abbia nulla di finto, di costruito. Insieme ai miei musicisti cerco di trasportare lo spirito di quegli anni nel 2015”.

A casa di Judith Owen, In the summertime

I musicisti che la accompagnano, e che hanno suonato anche in Ebb & Flow, sono pezzi importanti della monumentale storia del Laurel Canyon. Russ Kankel alla batteria, Leland “Lee” Sklar al basso e Waddy Watchell alla chitarra, il meglio del giro dei sessionmen californiani, hanno suonato con James Taylor, Carole King, Jackson Browne e Joni Mitchell contribuendo alla realizzazione di album leggendari. Judith li ha incontrati grazie a suo marito. Feeling immediato, subito un album e poi in tour. “La prima volta che ho suonato con loro ero nervosissima, ma in pochi minuti mi hanno portato nel loro mondo. Sono come una band e mettono davanti a tutto le canzoni, l’amore per la musica. Lavorano tantissimo, con estrema professionalità, ma sempre con passione. Non sono mai dei semplici esecutori. Fanno di tutto per dare luce alla mia musica. E ogni sera suonano in modo diverso”.
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La copertina dell’album

In fondo, l’eredità degli anni del Laurel Canyon potrebbe essere questa: temi personali e passione. Argomenti sempre attuali, pur nei cambiamenti imposti dal tempo. Kankel e Sklar ci raccontano di non avere grandi nostalgie per il passato, perché la musica non ha smesso di esistere. “Forse quello che ci manca oggi è la sensazione di vivere in una comunità. Scambiavamo idee ed esperienze, e questo era un privilegio. Adesso è un po’ diverso, ma le passioni restano le stesse”.

Judith Owen, Train Out Of Hollywood

Oggi forse certi temi sono più personali e meno condivisibili: le cose cambiano. Anche il modo di raccontare i sentimenti è cambiato. Quello che non cambia, secondo Judith, è il potere terapeutico della musica. “Per me le canzoni sono una medicina. Non so se sarei potuta essere qui se non ci fosse stata la musica. Ho sofferto di depressione, mia madre era depressa, mia nonna lo era. Mettermi al pianoforte mi ha dato modo di esprimere me stessa, di sentirmi viva. È il mio luogo privato, dove posso essere un’attrice ma raccontare storie vere. Storie in cui molta gente può riconoscersi. E’ dura perché quando suono non sono depressa, ma prima e dopo si. Appena finisco di suonare devo tornare in terapia. Ho fatto questo disco pensando a mio padre. L’ho fatto come se fosse una lettera d’amore, e probabilmente è la cosa migliore che abbia fatto in vita mia perché è onesto, vero. Perché non sono capace di mentire, non nelle canzoni almeno”.
Harry Shearer and his Judith Owen e il marito Harry Shearer © AP Photos /Chris Pizzello

Harry Shearer and his Judith Owen e il marito Harry Shearer © AP Photos /Chris Pizzello

Il titolo ricorda le maree, “che sono piene e vuote”. Come la vita, “meravigliosa e terribile, meglio cercare di fare il massimo”. Forse anche per questo Judith ha deciso di recuperare un inno estivo come In the summertime dei Mungo Jerry (1970): “Ho pensato a come avrebbe potuto cantarla Joni Mitchell. E pensare che Joni ho cominciato ad ascoltarla tardi: il primo disco che ho avuto tra le mani è stato Night Ride Home (1991). Ma quando mio marito mi ha fatto ascoltare Blue, è cambiato tutto. Lei è la mia artista di riferimento”.

Poi il discorso scivola su Bryan Ferry (“Il mio manager ha parlato di me al suo, ma lui mi conosceva già: un suo amico gli aveva parlato di me e le mie canzoni gli erano piaciute. Sono le sliding doors di questo mestiere, la fortuna conta tantissimo”), su quanto lo stesso Ferry si sia rammaricato per l’annullamento degli show e per i disagi che le ha provocato, sui suoi dischi della vita (Tapestry di Carole King, il best di James Taylor, Night Ride Home di Joni Mitchell, Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, Songs In The Key Of Life di Stevie Wonder), sulla canzone che avrebbe voluto scrivere (Blackbird di McCartney. Ma anche Yesterday è perfetta).

Nel suo show casalingo un paio di volte è sembrata sull’orlo delle lacrime. “Vivo tutto in maniera estrema. Le mie canzoni sono dolci e mare al tempo tesso. Sono sfarzosa, terribile, meravigliosa”.