VERONA PROG FEST: PAVLOV'S DOG: Evento musica progressiva il 01 Aprile 2017

VERONA PROG FEST: PAVLOV'S DOG

Evento musica progressiva

RECENSIONE DEL LORO PRIMO DISCO CHE RACCHIUDE UN PO' LE CARATTERISTICHE DI QUESTA BAND, LA PIU' FAMOSA E LONGEVA PROG BAND STATUNITENSE:
I Pavlov’s Dog si formarono nel 1972 a Saint Louis, nello stato del Missouri (quindi, nel Midwest americano) e riuscirono in breve a essere ingaggiati a suono di fior di dollari (per quell’epoca) dalla major Abc/Dunhill, grazie anche al team produttivo dei Blue Oyster Cult. “Pampered Menial” uscì quindi all’inizio del 1975 per la Dunhill, ma per una serie di beghe legali, il gruppo stracciò il proprio contratto discografico appena firmato e l’album fu pochi mesi dopo ristampato dalla Columbia/Cbs (la label per la quale firmarono definitivamente). Questo loro esordio vinilico fu accolto con entusiasmo da parte della critica, benché si trattasse di un disco progressive scevro da ogni ambizione intellettuale, addirittura quasi commerciale e dalle sonorità Aor. Colpisce molto, nel gruppo, non solo la grande pulizia strumentale e il songwriting eccellente, ma soprattutto la voce stridula e femminea di David Surkamp, un incrocio tra la Bobbie Watson (vocalist dei Comus) più isterica e la Sonja Kristina (dei Curved Air) più enfatica. Il singolo “Julia” (che ricorda i pezzi più orchestrali degli Strawbs, come “Forever”) viene non a caso posto come apripista dell’album, che infatti è il biglietto da visita per tutto ciò qui contenuto: dalla sontuosa ballata elettrica “Fast Gun” all’hard-rock vagamente jazzato alla Journey di “Natchez Trace”, alla melodrammatica “Episode” fino al breve saltarello medievale di “Preludin”.

Le trascinanti e intense “Late November” e “Theme From Subway Sue” sono due mirabili esempi di come si possa sfruttare più o meno la stessa identica melodia con delle variazioni sul tema principale, senza mai scadere nel banale. Il gruppo riesce però a dare il meglio delle proprie capacità d’arrangiamento nelle articolate “Song Dance” e “Of Once And Future Kings” (non a caso le canzoni più lunghe di tutto il disco), con i loro repentini cambi di tempo e caratterizzate da delle magnifiche melodie dal sapore ovviamente classicheggiante.
Forti del successo di critica e dalle discrete vendite di “Pampered Menial”, i Pavlov’s Dog si ripeterono l’anno successivo con “At The Sound Of The Bell”, disco che vedeva qualche rimaneggiamento di formazione (con l’aggiunta come ospiti di Michael Brecker e Andy MacKay ai sassofoni) e che presentava un sound complessivo più rilassato e meno avventuroso, anche se sempre di ottimo livello formale.